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L’intervento psico-sociale a sostegno della comunità colpita dal terremoto.

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Le persone “normali” in una situazione “anormale”, qual’é la realtà del terremoto, possono andare incontro a difficoltà psicologiche e a disagi emotivi non presenti prima dell'evento.

E' dunque importante tener conto di tali esigenze tanto quanto rispondere ai bisogni concreti, quali ad esempio la necessità di avere una doccia per lavarsi e un'assistenza sanitaria adeguata.

La protezione civile, sulla base dell’esperienza maturata in diversi interventi di emergenza, già da qualche anno ha incluso nella grande macchina dei soccorsi l'intervento psico-sociale a sostegno delle popolazioni vittime di catastrofi.

Per questo il 6 aprile 2009 tra le associazioni di volontariato di Protezione Civile, sono arrivate all’Aquila anche quelle con una specifica preparazione nell’ambito psico-sociale, composte principalmente da psicologi e supportate anche da ass. sociali, psichiatri, educatori e logisti.

La formazione pregressa sia in termini teorici, che pratici dei membri delle  associazioni specializzate ha permesso di offrire una risposta specifica al contesto dell’emergenza sismica.

L'intervento del 118 e del coordinamento sanitario del Dipartimento della Protezione Civile è riuscito ad arrivare sui luoghi del terremoto sin dalle prime ore dopo il sisma indirizzando anche gli interventi dei volontari dell'area psico-sociale che hanno operato in stretto contatto con il personale delle ASL abruzzesi (Direttiva del Presidente del consiglio dei Ministri - 13 giugno 2006)

In una prima fase gli psicologi hanno sostenuto i familiari delle vittime durante i difficili momenti della ricerca delle persone sepolte sotto le macerie e del riconoscimento delle salme presso l’obitorio.

Quest’ultimo intervento, che ha permesso ad ogni familiare di ricevere un accompagnamento da parte di personale specializzato, ha permesso di dare un aspetto più umano alle procedure di riconoscimento e di certificazione ed ha inoltre consentito di agevolare le attività dei professionisti della polizia scientifica, dei carabinieri e della ASL che si sono potuti dedicare interamente ad azioni di carattere tecnico.

Durante i primi ed intensi momenti dell’emergenza gli psicologi hanno potuto creare una relazione con le vittime che ha consentito una vicinanza e un sostegno anche nel corso  della cerimonia dei funerali di stato.

In una seconda fase, gli psicologi sono andati ad operare nelle tendopoli per stare vicino alla popolazione sfollata.  L’intervento è stato predisposto a livello centrale, in riferimento alle  richieste che provenivano dai 170 campi.

Per rispondere ai bisogni della popolazione sfollata sono state attivate azioni mirate a:
- mettere in atto iniziative di supporto in modo coordinato con le altre azioni previste;
- incentivare i processi di autodeterminazione, riconoscendo ad ogni destinatario dell’intervento il diritto di operare scelte consapevoli relativamente alla proprio benessere;
- distribuire informazioni utili ad attivare comportamenti auto protettivi;
- facilitare la comprensione e l’utilizzo delle informazioni;
- garantire la raccolta e la conservazione dei dati utili all’intervento, al fine di permettere una costante azione di monitoraggio degli interventi stessi.

Le attività dei team psico-sociali nei campi sono state orientate a rispondere prioritariamente ai bisogni di anziani, minori e adulti che manifestano un disagio significativo relativamente alla condizione che stanno vivendo.

L'esigenza di raccontare anche nei minimi dettagli l'evento traumatico è stato un bisogno sentito da molte persone; l'opportunità di dare senso e spazio al vissuto emotivo di tali eventi è stato un passaggio importante su cui i team psico-sociali hanno cercato di focalizzare il loro intervento.

In un contesto che proponeva prevalentemente il linguaggio dell'azione si sono resi necessari “spazi di senso” dove i bambini hanno potuto ricominciare a giocare, gli adolescenti a “far casino” e gli anziani a sentirsi, forse più di prima, parte integrante della comunità.

Il numero di volontari delle equipe psico-sociali distribuiti nei 170 campi è andato crescendo, se infatti nella prima settimana hanno operato 60 esperti, dal 18 aprile sono saliti a 100 svolgendo attività sia nell’entroterra aquilano che sulla costa.

In particolare gli psicologi hanno cercato di favorire azioni mirate a garantire processi di identificazione attiva dei bisogni, così da permettere alle persone di ritrovare e riscoprire i frammenti di un'identità individuale e collettiva  minata dalla perdita di rifermenti. E’ stato nella riscoperta di piccole azioni quotidiane, di tradizioni condivise, di conflittualità risolte e di solidarietà che le persone hanno ritrovato gradualmente la possibilità di riaffacciarsi alla vita.

Tuttavia, anche se i membri delle comunità comunicano ormai da tempo il forte desiderio tornare alla normalità, si trovano a fare i conti con qualcosa di intangibile, qualcosa che sembra essere l'ostacolo prevalente: la paura.

Forse nella possibilità di dare spazio e soprattutto di accogliere questa emozione nasce l’opportuntà di trasformare quest’emozione non in qualcosa che separa e distrugge, ma  in un vissuto che unisce.


[Articolo apparso sul "Giornale dell'Ordine Nazionale degli Psicologi", n.2, Giugno 2009.]

 

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