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Psicologia dei segreti

Articoli
Maurizio Brasini

Difficili da mantenere, scomodi da rivelare, irresistibili da carpire. Ecco tre angolature sul fenomeno dei segreti, che sottendono altrettante importanti dimensioni:
- la naturale propensione umana alla condivisione,
- le inevitabili difficoltà che insorgono nel rapporto con gli altri,
- il problema annoso della conoscenza, nella sua dialettica di amore e di potere.

Iniziamo dal considerare l'attrazione fatale dell'uomo per i segreti.
Gli uomini sono animali curiosi e naturalmente orientati alla conoscenza. Ovunque volgiamo lo sguardo ci sembra di cogliere un mistero che è sul punto di rivelarsi. Un tramonto, il sorriso della Gioconda, la formula della Coca-Cola: in ogni cosa è custodito un segreto, un elemento di verità profonda ed ineffabile. Questa sensazione vale anche per noi stessi: qual è il nostro segreto? Quale la formula che disvela la nostra essenza, quel fattore "x" che risolve la nostra personale equazione?

Questa spinta epistemica, così squisitamente umana, sembra comportare alcuni effetti collaterali. Non di rado la conquista di un segreto implica sia un potere sia una maledizione. Nella mitologia greca Prometeo ruba il segreto del fuoco agli dèi e viene punito per l'eternità. Nella religione guidaico-cristiana Adamo ed Eva colgono il frutto proibito ed entrambi vengono cacciati dal Paradiso Terrestre (la donna, come pena aggiuntiva, viene condannata a partorire con dolore). Terzo esempio classico è l'Ulisse della Divina Commedia, che "per seguir virtute e canoscenza" oltrepassa i limiti delle colonne d'Ercole e viene inghiottito dal mare.

In buona sostanza, si può dire che ogni segreto origina dal nostro peculiare modo di percepire il mondo, e in particolare quegli aspetti del mondo che si celano alla nostra conoscenza. Senza curiosità non esistono segreti, ma solo cose ignote. Per esempio, immaginiamo una scrivania con tre cassetti; finché non ci viene in mente di scoprirne il contenuto, non noteremo mai che uno di essi è chiuso a chiave; se invece proviamo ad aprirli, ben presto la nostra curiosità sarà catturata dal contenuto "segreto" di quel terzo cassetto che non riusciamo ad aprire. Da lì ad essere tentati di spingersi oltre, fino a forzare il cassetto, il passo è breve. Ammesso che quella di farsi i fatti propri sia un'arte, evidentemente deve trattarsi di un'arte minore, misconosciuta e poco praticata. Ma forse è più corretto considerare che un segreto segnala un limite e un confine, e che la vera arte è quella di sapersi confrontare con il limite.

Cambiamo ora l'angolo prospettico, e consideriamo noi stessi come custodi di segreti. Siamo portati a pensare che i nostri segreti li teniamo racchiusi dentro di noi, nella testa o magari in fondo al cuore. Questo vale anche se materialmente nascondiamo degli oggetti, ad esempio un tesoro, mantenendo segreta la sua ubicazione. Il segreto è sepolto dentro di noi, e possiamo tirarlo fuori oppure seminare indizi in giro affinché qualcuno lo venga a cercare e infine lo scopra. L'aspetto interessante è proprio in questa metafora del "dentro di noi" che utilizziamo spontaneamente, perché questa metafora presuppone l'idea di un "io" con un suo spazio mentale privato. Senza questa idea, non esistono i segreti. La ricerca sui bambini ha fornito delle indicazioni illuminanti a tale proposito. Con un semplice test-gioco si può dimostrare che i bambini non possiedono un'idea di questo spazio mentale privato fino a circa 4 anni di età. Nel "test della falsa credenza" si mostrano due bambole (A e B) che assistono alla deposizione di un oggetto (una biglia) in un contenitore che viene chiuso; poi una delle due bambole (A) esce di scena e si mostra al bambino l'altra bambola (B) che sposta la biglia in un altro contenitore chiuso; infine si fa riapparire la bambola (A) e si invita il bambino a indovinare dove andrà a cercare la biglia. Fino a circa 4 anni, il bambino indica il contenitore esatto, quello dove la biglia è stata spostata, senza tenere conto che questa informazione è solo "nella sua testa", ma non dovrebbe essere in quella della bambola assente durante lo spostamento. In altre parole, il bambino non ha un'idea della sua mente come separata dalla mente altrui, non possiede una rappresentazione di uno spazio mentale interno privato, non pensa di averlo e di conseguenza non lo attribuisce agli altri, bambola compresa. Attorno ai 4 anni il bambino risolve il quesito diversamente, proponendo che la bambola vada a cercare la biglia nel primo contenitore, dove è stata deposta prima che lei uscisse di scena. Si dice che a questo punto il bambino ha elaborato una "teoria della mente". Cioè, il bambino ha costruito una rappresentazione della propria mente e della mente altrui come di due cose separate. Ma non solo; ha imparato a "leggere" la mente altrui, ovvero ad attribuire delle intenzioni agli altri sulla base di come pensa che la mente altrui funzioni. Questa svolta non è da meno di quelle attribuite a Prometeo o ad Adamo ed Eva: un dono e una maledizione. Da questo momento in poi per il bambino cambieranno drasticamente la sua concezione di sé, del mondo e, soprattutto, dei rapporti con gli altri. In particolare, a questo punto è comprensibile che il bambino potrà iniziare ad avere dei segreti, a cercare di nasconderli, e a mentire deliberatamente per mantenerli tali. Allo stesso tempo, il bambino potrà giocare a “fare finta che ...” (il gioco di finzione), sviluppando così l'intelligenza e la creatività. E potrà anche, grazie a questo stesso dono, espandere le proprie potenzialità di interazione con gli altri. Ad esempio, potrà scegliere di rubare la marmellata dopo averne scoperto il nascondiglio segreto, sapendo che la mamma non vuole, e poi non dire niente fin quando non venga rinvenuto il vasetto vuoto, e anche allora mentire di fronte all'evidenza, e inventare che l'ha finita il nonno. Potrà scegliere di avere dei segreti, decidere con chi condividerli, e chi escludere. Curiosamente, anche da questa seconda prospettiva finiamo per notare che in quanto possessori di segreti tracciamo dei confini, delimitando un dentro e un fuori. E' come se costruissimo dei recinti, per poi scoprirci responsabili del loro contenuto e di chi può averne accesso.

Adesso siamo pronti per una ulteriore prospettiva, quella relazionale, da cui osservare finalmente il quadro d'insieme. Immaginiamo i segreti come se fossero un gioco. Qual è il numero minimo di giocatori? Appare evidente che con un solo giocatore non vi è alcun senso; che gusto c'è ad essere il possessore di un segreto senza il brivido di essere scoperti né il piacere di raccontarlo a qualcuno? Si può ipotizzare allora che si tratti di un gioco a due: uno nasconde il segreto e l'altro lo trova, oppure uno racconta i segreti e l'altro li ascolta, e così via. Eppure si intuisce che al meccanismo manca ancora qualcosa, che limitandosi a due giocatori il gioco perde quasi subito di interesse. No, il numero minimo di partecipanti per rendere così formidabile il gioco dei segreti è tre. Ci vuole almeno un possessore del segreto, uno con cui condividerlo, e un terzo escluso. Se proviamo a considerare degli esempi di gioco a due, ci accorgiamo che il terzo escluso generalmente è implicito - ad esempio può essere il resto del mondo.
In questa luce risulta evidente che i segreti sono una questione squisitamente relazionale, un gioco tipico di animali sociali estremamente evoluti, dotati di un'idea di "io" e di "mio", ma anche di una propensione innata a condividere, a cooperare e ad amare.
Diventa altresì chiara la duplice valenza del segreto, che da una parte se custodito serve a costruire e a difendere il senso della propria identità individuale, e d'altra parte se condiviso aiuta a stabilire relazioni di intimità, di lealtà e di fiducia con gli altri.
Naturalmente, il bello dei segreti sta proprio nella tensione dialettica che origina da queste due valenze che sospingono in direzioni opposte, dando vita ad un gioco dalle combinazioni potenzialmente inesauribili.

Per quanto riguarda le necessità di salvaguardare il proprio "io" privato, basti pensare che in molte culture cosiddette "primitive" si teme che svelando il nome di una persona la si esponga al rischio che gli venga rubata l'anima. Da qui in avanti, l'uomo ha imparato a costruire recinti, mura ed armi, sistemi sempre più sofisticati, tutto per la difesa di sé, delle cose e delle persone che considera "sue", e del proprio gruppo di appartenenza. D'altronde esistono segreti ad ogni livello dell'organizzazione sociale: segreti individuali, familiari, di gruppo, militari e di stato, industriali, etc. Ma non è tutto, perché il possesso di un segreto conferisce ai detentori un potere nei confronti di coloro che non ne sono a parte. Secondo questa logica, il potere derivante da un segreto aumenta col diminuire delle persone che lo condividono. Il segreto diventa così un'arma da impiegare non solo per la difesa, ma anche - a volte soprattutto - per la supremazia. E' questo il paradigma della corsa agli armamenti, della guerra fredda e dello spionaggio, dove l'informazione è sinonimo di potere e la segretezza è l'arte della guerra. Mai come in questa epoca si sono espanse le possibilità di comunicare, di condividere le informazioni e di farle circolare. E mai come in questa epoca sono esplosi il mito dell'individualità, il culto della privacy, il bisogno quasi maniacale di affermazione di sé attraverso la segretezza. Non a caso, il concetto giuridico di privacy (riservatezza delle informazioni personali) risale alla fine dell'800, ed appare originariamente come il diritto "to be let alone", cioè essere lasciati in pace ma anche, letteralmente, essere lasciati soli: la solitudine come fonte di libertà.

Sulla sponda opposta, quella che riguarda la condivisione dei segreti, scopriamo che l'abitudine a parlare dei fatti degli altri è rintracciabile in tutte le culture; da un punto di vista antropologico, il pettegolezzo è un'acquisizione che anticipa persino la scoperta dei metodi di cottura. Il che significa che la condivisione dei segreti è un caposaldo della cultura umana. Per raccontare un segreto bisogna disporsi a narrare e, perchè no, anche un po' ad inventare; non c'è niente di più umano di questo, e niente meglio di un segreto sa dare vita ad una storia. Ci vuole fiducia per raccontare un segreto, lealtà per conservarlo. Le famiglie cementano i rapporti al loro interno scambiandosi segreti in un clima di complice intimità, e spesso è proprio la cucina il luogo deputato allo scambio dei segreti. Molte volte un segreto fa da suggello ad un'amicizia importante. E infine nell'amore, cosa avviene se non uno scambio al buio dei propri segreti? Lo narra la favola di Amore e Psiche, e lo illustra splendidamente Shakespeare quando fa pronunciare a Giulietta la frase forse più bella mai scritta a proposito di un segreto: "Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?". C'è un che di sacro nel disvelamento di un segreto; Sant'Agostino sottolinea l'importanza di svelare i propri segreti a Dio che paradossalmente li conosce già, e meglio di noi stessi. Da questo ambito, il concetto di "segreto patogeno" è passato dal confessionale al lettino dei primi psicanalisti. L'idea era che alcuni segreti potessero risultare gravosi, insostenibili per l'animo umano, fino al punto da far ammalare il portatore del segreto, che finiva per nasconderlo persino a sé stesso. Secondo questa concezione, la cura avveniva quando il segreto patogeno era riportato alla luce (abreazione), con un processo di purificazione per espulsione (catarsi). Una visione più moderna tende invece a sottolineare proprio l'importanza della condivisione e della narrazione: parlare con qualcuno dei propri segreti aiuta a "rimettere insieme i pezzi".

Quanto detto non invita a considerare il disvelamento dei segreti una cosa sempre e comunque positiva. Al contrario, proprio dalla considerazione dell'importanza quasi sacrale che viene riconosciuta alla condivisione dei segreti, nasce l'ammonimento a non svendere i propri segreti. Bisogna scegliere il momento giusto e la persona giusta, deve valerne veramente la pena, e soprattutto non si deve inquinare il tutto con dei calcoli di convenienza. Si ravvisa qui un fenomeno speculare al culto della privacy, che è lo scambio mercificato dei segreti, la loro strumentalizzazione, la svendita al miglior offerente. Si pensi alle tante trasmissioni dove la gente racconta i fatti propri più privati, in un clima che vuole alludere ad una catarsi collettiva, ma che finisce per somigliare piuttosto alla dinamica della pornografia e del voyeurismo.

Per finire, per quanto riguarda il rapporto tra personalità e capacità di gestire i segreti, sulla base di quanto detto finora possiamo immaginare che le due tendenze descritte si combinino in vario modo, dando origine a modi diversi di porsi nei confronti dei segreti. L'agente segreto, per fare un esempio estremo, lo immaginiamo vincente, ma freddo e solitario, capace di sedurre ma non di amare, dedito al segreto come uno stile di vita che gli consente di avere il massimo controllo sugli altri e il minimo rischio derivante dal concedersi alle relazioni. E il chiacchierone, per prendere l'estremo opposto, lo immaginiamo come totalmente asservito al bisogno di stabilire rapporti preferenziali, generoso ma inaffidabile e volubile; il segreto nelle sue mani è come una moneta nelle mani di un giocatore d'azzardo: verrà speso e perso in men che non si dica, per il puro e vano piacere di giocarselo.

Notazioni neuropsicologiche a margine: tipicamente, l'amigdala è stata individuata come la sede della vita emotiva, mentre il giro del cingolo e la corteccia prefrontale sono chiamate in causa come deputati al comportamento pianificato e quindi regolatori/inibitori delle risposte impulsive.

[Articolo comparso su "Airone", Gennaio 2009]

 

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