Scritto da Orazio Caruso
Come è noto la popolazione italiana ed europea invecchia. Diminuisce la popolazione attiva giovane che con il proprio lavoro contribuisce al mantenimento degli standard qualitativi dell’assistenza.
E dunque cominciano a entrare in crisi, perchè eccessivamente costose, le politiche di welfare relative alla gestione della salute e dell’assistenza in generale e dell’anziano in particolare.
Ciò detto, credo sia tempo di far uscire la gestione dell’anziano da logiche assistenzialistiche e di custodia che fino ad oggi hanno assorbito, in termini di risorse e impegno, i maggiori costi.
Questa tipologia di interventi dovrebbe essere relativa alla sola gestione delle emergenze (anziani non autosufficienti, malati, soli ecc).
Ovviamente in questi casi – così come per i non anziani – la presa in carico delle strutture territoriali deve essere efficace e globale, anche se costosa. Ma questi interventi dovrebbero rimanere residuali. E per il resto cosa succede? In questi anni abbiamo assistito ad un allargamento a macchia d’olio della stessa filosofia, cioè dello stesso approccio assistenzialistico, anche per chi non era necessario: la creazione di strutture per anziani, residenziali, comuninità, centri diurni, ecc.
La gestione dell’anziano deve oggi uscire da questa visione miope nella quale viene inserito. Uscire dall’emergenza vuol dire smettere di programmare attività per l’anziano chiedendosi superficialmente cosa è buono per lui o cosa lo fa divertire, e allora assistiamo ad attività cosiddette di psicomotricità o di “musicoterapia” in cui l’anziano nelle case di riposo lo facciamo pateticamente ballare, cantare, giocare a tombola e lo portiamo fuori a prendere il gelato, perchè l’uscita è inserita nel quadro delle attività “motorie” (!) Risultato: anziani depressi (ovviamente), che non hanno nessuna voglia di fare il karaoke, ballare o giocare a carte, disegnare e dipingere (si chiama arteterapia o atelier di pittura !) semplicemente perchè non ne hanno voglia o non lo hanno mai fatto nella loro vita e che a bocca aperta e con lo sguardo nel vuoto aspettano la morte.
Come se ne esce? Cominciando a vedere l’anziano come una persona che, come tutti gli esseri umani, sta bene se ha un’idea di futuro, se non viene allontanato a forza dai luoghi nei quali è vissuto tutta una vita, dai suoi spazi, dalle sue abitudini. E’ molto più utile ed ha più senso aiutare l’anziano a rimanere dove è e dove in una vita si è costruito affetti, legami, abitudini che costringerlo, chissà perchè, un giorno a fargli dividere la stanza con un tizio mai visto e conosciuto che russa e che magari è sordo o se la fa addosso.
In secondo luogo è fondamentale metterlo nelle condizioni di essere utile. Si pensi al trauma piccolo o grande e al grande vuoto conseguente all’andare in pensione descritto in letteratura. Occorre ripensare a come e a dove potrebbe continuare ad essere utile a se sesso e alla comunità. Qualche esempio? Pensiamo all’anziano che in vita è stato un artigiano, un artista, un musicista, o semplicemente testimone o protagonista di vicende storiche passate (guerre, campi di prigionia, ecc.). Quante cose ci può dire, insegnare, dare?
In realtà l’anziano non esiste come categoria nella quale incasellare la persona e dimenticando tutto ciò che è umanamente e professionalmente.
Non riesce a fare la spesa ? Esce sempre meno? Bene, che la comunità si attivi con operatori che lo supportino in queste attività, a domicilio, ma smettiamo di fare diventare tutto un’ emergenza con un lievitare di costi e buona pace della nostra coscienza e di qualche operatore “specializzato”. Facciamolo continuare ad essere utile, realmente utile a noi in quanto portatore di saperi e competenze: che continui a spiegare come si ristruttura un mobile a dei giovani apprendisti restauratori, che continui a suonare – magari senza la brillantezza di un tempo – il suo violino o pianoforte e avvicinare i giovani perchè apprendano il suono e l’interpretazione di un certo autore, che continui a fare l’agricoltore saprà indicare ai giovani varietà e colture o metodi e tecniche oggi in disuso che un tempo venivano utilizzate per la vigna o per potare l’olivo. Insomma, facciamoli essere quello che sono: un tesoro di saggezza ed esperienze da comunicare ai più giovani.
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