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Suono e musica nella cura dell'Alzheimer

Articoli
Marina Gambarelli
La malattia di Alzheimer è la più comune malattia degenerativa del cervello con un impatto sociale sempre più rilevante.
Venne descritta per la prima volta da un neurologo tedesco nel 1911, Alois Alzheimer, relativamente al caso di una donna di 51 anni con un quadro di grave deterioramento cognitivo progressivo che la portò alla morte a 5 anni di distanza dall’esordio sintomatologico (Alzheimer Italia, 2003). Dall’esame autoptico dell’encefalo risultarono atrofia corticale e depositi di sostanza amiloide nella corteccia cerebrale con ammassamento e deformazione di fibrille neuronali.
In questa malattia il processo degenerativo colpisce in particolare le aree cerebrali che governano memoria, linguaggio, percezione, cognizione spaziale, provocando un declino progressivo e globale delle funzioni cognitive accompagnato dal deterioramento della personalità e della vita di relazione.
Viene definita la malattia delle quattro A (Alzheimer Italia, 2003): Amnesia (perdita significativa di memoria), Afasia (incapacità a formulare e comprendere i messaggi verbali), Agnosia (incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere le persone, cose e luoghi) e Aprassia (incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari come ad esempio vestirsi).
Attualmente la musica e l’elemento sonoro-musicale sono utilizzati in geriatria con finalità e modalità molto diversificate e definite genericamente “terapeutiche”. Molte attività sono in realtà di animazione musicale con l’obiettivo di offrire una situazione di benessere in un contesto di socializzazione, altre invece sono esperienze di ascolto musicale con finalità varie: evocative per attivare momenti di verbalizzazione gruppali in cui questi contenuti possono emergere, induttive di nessi spazio-temporali per facilitare il riconoscimento di ambienti o di momenti strutturati della giornata o infine contenitive.
Alcuni elementi necessari per poter considerare potenzialmente terapeutico un intervento che prevede l’impiego dell’elemento sonoro-musicale sono (Raglio, 2001): la presenza di un operatore qualificato, un modello psicoterapico di riferimento fondato su presupposti teorici e metodologici, la presenza di un setting strutturato, obiettivi legati a cambiamenti (stabili e duraturi) della persona o di alcune sue parti o funzioni, il riferimento costante, nell’azione terapeutica, a un piano intrapersonale e/o interpersonale.
In occasione del IX Congresso Mondiale di Musicoterapia, la World Federation of Music Therapy ha enucleato e accreditato i modelli musicoterapici più diffusi e consolidati: approccio attivo-relazionale psicodinamico di Benenzon, approccio Nordoff-Robbins basato sull’improvvisazione creativa, approccio di  Priestley - Musicoterapia orientata analiticamente, approccio psicoterapico ricettivo di Bonny - Immaginario guidato e Musica (G.I.M.), approccio comportamentista di Madsen.
Va evidenziato che non basta l’associazione “musica” e “malattia di Alzheimer” per definire terapeutico un intervento, come d’altra parte, non è scontato che un intervento musicoterapico adeguatamente impostato produca sempre effetti terapeutici. Secondo Postacchini (2003), psichiatra, neuropsichiatria infantile e psicoterapeuta, è importante distinguere tra: interventi musicoterapici con “finalità terapeutiche” nei quali per terapia si intende la strategia che dal di dentro facilita i processi di consapevolezza di sé, di regolazione delle emozioni e delle capacità comunicative; in questo senso il punto centrale dell’intervento è la relazione
con l’obiettivo di produrre cambiamenti interni riferiti ad alcune funzioni del Sé e cioè quelle legate agli aspetti di “comunicazione-relazione” e “affettività”; interventi musicoterapici con “finalità riabilitative” nei quali per riabilitazione si intende la strategia che dal di fuori favorisce lo sviluppo dei processi cognitivi, relazionali e di socializzazione; in questo caso il punto centrale dell’intervento è la stimolazione sonoro-musicale che ha l’obiettivo di mantenere e/o potenziare le abilità cognitive e di incidere sul piano comportamentale.
Per questo motivo Postacchini riprende la sovraclassificazione di Bruscia (1993) fra musica IN terapia e musica COME terapia e, all’interno di quest’ultima, pone la distinzione tra una MUSICOterapia, a prevalente componente tecnica, e una musicoTERAPIA, a prevalente componente relazionale, una classificazione utile per capire perché operatori con provenienze diverse facciano uso, all’interno di setting diversi, dello stesso strumento comunicativo.
Rolando O. Benenzon ha iniziato ad elaborare il suo modello nel 1969 e attraverso 35 anni di applicazioni cliniche, di formazione e supervisione in diversi paesi dell’America e dell’Europa lo ha strutturato e organizzato dandogli consistenza teorica (Wigram, Pedersen, Bonde, 2002). La parte teorica è basata sulle teorie di autori come Freud, Jung, Watzlawick, Lorenz, Winnicott, su studi sulla musica e l’oggetto sonoro di Schaeffer, Sachs, Shaffer, su principi dell’educazione musicale di Orff e Willems.
Benenzon considera inadatti i termini di “musicoterapia” o “terapia musicale” poiché secondo l’autore queste definizioni limitano la vera dimensione di una disciplina nella quale non è solo la musica ad essere utilizzata nel processo terapeutico, ma anche il suono, nell’accezione più ampia, e il movimento. Tuttavia, considerata la larga diffusione dei termini e la difficoltà a trovarne un altro senza interferire con altra disciplina o tecnica terapeutica, Benenzon (1998) da una sua duplice definizione dell’uso della musica in terapia. Dal punto di vista scientifico considera la musicoterapia una disciplina scientifica a tutti gli effetti che si occupa dello studio e della ricerca del complesso suono-essere umano (suono musicale o non) con l’obiettivo di ricercare elementi di diagnosi e metodi terapeutici; dal punto di vista terapeutico considera la musicoterapia una disciplina paramedica che utilizza il suono, la musica e il movimento per provocare effetti regressivi e aprire canali di comunicazione con l’obiettivo di attivare, attraverso di loro, il processo di socializzazione e di inserimento social”. In particolare con effetti regressivi l’autore fa riferimento al concetto di regressione al narcisismo primario cioè a quel momento evolutivo precedente la differenziazione finale dell’Io e dell’Es. Il suono, il
movimento, la musica, i fenomeni acustici sarebbero per l’autore gli elementi di comunicazione tipici di questo stadio primitivo dello sviluppo attraverso i quali il musicoterapeuta può accedere a questo livello senza provocare all’Io regressioni più gravi. Per questo motivo distingue tra suoni “regressivogenetici” (cioè suoni che più di ogni altro, indipendentemente dalla patologia, provocano effetti regressivi, ad esempio il battito del cuore) e “complesso non-verbale” (cioè l’insieme degli elementi sonori e musicali, dei movimenti e dei fenomeni acustici che provocano effetti regressivi).
I due principi fondamentali nell’applicazione clinica di questo approccio sono il Principio dell’ISO e l’Oggetto Intermediario (1998). Il principio dell’ISO è un concetto che serve a indicare l’esistenza di un suono o di un insieme di suoni o di fenomeni interni che caratterizzano e individuano ogni persona. In altri termini ogni individuo sarebbe caratterizzato da una “identità sonora” che costituisce parte della sua personalità ed è formata da infinite energie che si incontrano e che sono in continuo movimento (2001). Nell’ISO sono riassunti gli archetipi sonori, il vissuto sonoro intra-uterino, della nascita, dell’infanzia e dell’età attuale.
I due elementi tecnici fondamentali in questo approccio sono (1998): il laboratorio di musicoterapia che deve essere isolato dai suoni esterni in modo da permettere di lavorare in una certa condizione di asetticità in un contesto non verbale; deve essere ben areato e chiaro, di dimensioni normali, né troppo grande (genererebbe dispersione e perdita della nozione di spazio per la diminuzione di punti di riferimento) né troppo piccolo (impedirebbe gli spostamenti o il movimento); i muri non devono avere oggetti decorativi e devono avere un colore riposante; lo strumentario nel quale ogni elemento in grado di produrre un suono
udibile o che produca un movimento che può essere considerato come messaggio fa parte degli strumenti tecnici: strumenti classici o quelli Orff (strumenti musicali didattici concepiti da Carl Orff negli anni trenta, maneggevoli, di uso immediato, adatti ad allenare il coordinamento manuale e psicomotorio) ma anche il corpo, la voce, le mani, gli strumenti creati dal paziente. Ogni strumento può essere utilizzato non solo in modo classico ma anche in tutta la gamma delle sue possibilità (ad esempio del pianoforte non solo la tastiera, ma anche la cassa e le corde).
Il Gruppo Operativo strumentale (G.O.S.) è l’insieme di strumenti propri del musicoterapeuta con i quali lavora individualmente o in gruppo. Si compone di strumenti membranofoni (con membrana come il tamburo), aerofoni (il suono è prodotto dal passaggio dell’aria come il flauto) e cordofoni (il suono è prodotto dalle vibrazioni di corde come il pianoforte). Solo eccezionalmente possono essere incorporati anche gli strumenti portati dai pazienti. Per quanto riguarda la metodologia generale, Benenzon ha strutturato un metodo che può adattarsi alle diverse applicazioni cliniche. Si compone di due parti essenziali (1998). La parte  diagnostica ha l’obiettivo di scoprire il principio dell’ISO del paziente e l’Oggetto Intermediario. In questa fase il musicoterapeuta ha essenzialmente un ruolo passivo perché un intervento attivo danneggerebbe le possibilità di comprendere le forme di comunicazione non verbale usate dal paziente, la sua ricerca di canalizzazione dell’ansia e la sua scelta dell’oggetto intermediario più adatto ad aiutarlo in questo progetto. La
parte terapeutica
è costituita da sedute di musicoterapia in cui paziente e musicoterapeuta lavorano attivamente. L’obiettivo è istituire canali di comunicazione di livello regressivo attraverso l’identità sonora del
paziente.
Rispetto all’ambito geriatrico e in particolare alla malattia di Alzheimer, Benenzon (2001) sottolinea l’importanza di un lavoro attivo che il musicoterapista deve condurre interagendo con il nucleo familiare più diretto del malato in quanto la famiglia occupa un lato importante come struttura di holding che si forma attorno al paziente. Nel suo metodo sono previste alcune sessioni attive anche con la famiglia affinché non solo questa porti dei dati sugli ISO del paziente ma anche affinché ognuno riconosca i suoi propri. L’obiettivo è di preparare i familiari a supportare e proseguire la terapia.
Altro aspetto importante è la ricerca delle sonorità e dei fenomeni comunicativi analogici che l’Istituzione, nel caso di malati in case di riposo, crea attorno al paziente. Il fine non è solo identificare tutti gli stimoli che caratterizzano l’ambiente, ma è anche quello di indicare ai componenti dell’equipe che operano più vicini al paziente le sonorità, i gesti, i movimenti che dovrebbero incorporare per comunicare con il malato (2001). Il paziente Alzheimer è secondo l’autore una sfida alla capacità di non-frustrazione del musicoterapista e può provocare una sensibilizzazione al burn-out. Lavorare in coppia terapeutica permette di affrontare tutto ciò con maggiore facilità, favorisce la riflessione sulle sensazioni accumulate e fornisce un’osservazione più controllata di ciò che accade. Inoltre il paziente ha la possibilità di creare un ISO in Interazione più complesso perché essendo due le persone che cercano di relazionarsi con lui, gli si da la possibilità di percepire e scegliere gli ISO più compatibili.
Vi sono poi due aspetti molto importanti per Benenzon. In primo luogo la frequenza di lavoro con il malato Alzheimer non deve essere minore di tre volte alla settimana e questo perché le stimolazioni devono essere costanti al fine di aiutare il malato a contenere o rallentare la progressiva diminuzione delle sue capacità. Quindi il processo deve essere continuativo. Secondo l’autore (2001) prescrizioni settimanali portano solo ad uno stato di identificazione passiva e cronica. In secondo luogo è fondamentale che il musicoterapista riconosca la propria identità sonoro-musicale perché solo in questo modo potrà riconoscere quella del paziente. Per questo motivo da molta importanza alla musicoterapia didattica nella formazione del musicoterapista ovvero la possibilità di sottoporsi alle stesse esperienze che verranno proposte al paziente.
La malattia di Alzheimer è una grave malattia degenerativa, priva a tutt’oggi della possibilità di interventi farmacologici risolutivi. E’ una malattia che riveste oggi una grande rilevanza sociale a causa del progressivo invecchiamento della popolazione in quanto è responsabile di oltre la metà dei casi di demenza senile.
Trattandosi di una malattia inguaribile ciò che si può fare, oltre a un corretto utilizzo di farmaci diretti a contrastare alcuni aspetti di un quadro clinico destinato al peggioramento, è ricorrere a pratiche riabilitative e terapeutiche che coinvolgano il paziente, lo stimolino in modo adeguato, cercando di mantenere e ravvivare il suo interesse verso il mondo esterno e con gli altri, cercando di far leva sulla parte quindi ancora sana.
Il mezzo sonoro-musicale sembra essere una via per stimolare le parti sane del cervello di questi pazienti, coinvolgerli in attività gratificanti e un aiuto a riorientarli alla vita. Inoltre la capacità di ascolto, la sintonizzazione e la flessibilità creativa sembrano essere capacità o attitudini indispensabili per chi opera con questo mezzo e ciò induce a chiedersi se gli effetti positivi ottenuti in queste ricerche siano da imputare proprio alla musica come nuovo valido strumento di cura o piuttosto alle capacità relazionali del terapeuta o musicoterapeuta che, in questo secondo caso, quindi potrebbero manifestarsi comunque e dare effetti benefici analoghi anche senza usare la muisca o il suono strutturato.
Il malato di Alzheimer vive una situazione di difficile interazione con la realtà a causa del lento deteriorarsi delle funzioni superiori. Ogni malato ha una sua propria situazione che deriva non solo dall’evoluzione della patologia, ma anche da altri fattori come la propria storia personale, la cultura, il grado di tolleranza alla sofferenza connessa alla perdita progressiva della propria autonomia. Tuttavia, se consideriamo che il mondo di relazione di questi malati diventa sempre più povero, pieno di bizzarrie e caratterizzato da una graduale incomunicabilità che porta l’individuo a ritirarsi in se stesso, a mio parere diventa fondamentale, in attesa di interventi farmacologici che possano quanto meno interrompere i processi neurodegenerativi devastanti, non trascurare qualsiasi mezzo alternativo per migliorare la qualità di vita di queste persone e che possa gettare un ponte tra il mondo interno del paziente e quello esterno. Per questo motivo ritengo auspicabile che continui la ricerca iniziata in questo senso sulle potenzialità del suono con i malati di Alzheimer, non
fosse altro che un modo per far risuonare intimamente, nel cuore di queste persone, emozioni che altrimenti cadrebbero inesorabilmente nell’oblio.

Combattere la morte sospingendoli dolcemente verso la sonorità della vita.
 

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