Abitudini: un bene o un male?

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Maurizio Brasini

La questione delle abitudini è ricca di sfaccettature, e richiede un ragionamento per gradi.

Partiamo dalla domanda fondamentale: perché siamo abitudinari? La domanda ci porta già al cuore della questione. Tutti abbiamo delle abitudini, e siamo abituati ad averne; il fatto stesso di essere abituati a qualcosa comporta che tendiamo a non farci caso. La cosa interessante della domanda è che, nel momento in cui la nostra curiosità si desta, interrogandoci sulle nostre abitudini andiamo a mettere il dito in un meccanismo che altrimenti farebbe il suo corso in automatico.

 Una nota storiella zen racconta di un millepiedi che si mette a riflettere sulla prodigiosa complessità del suo camminare, coordinando alla perfezione le sue numerosissime zampette; ma, nel momento stesso in cui inizia a pensare a tutto questo, il povero millepiedi non riesce più a muovere un passo senza incespicare. Ad esempio, nella vita di tutti i giorni, ciascuno di noi inserisce un "pilota automatico" mentale mentre compie un percorso abituale. Ma basta che ci sia una deviazione sul percorso abituale o un qualsiasi altro elemento insolito ed imprevisto, ed ecco che il pilota automatico si disattiva, il flusso delle attività e dei pensieri paralleli si disperde, e ritorniamo concentrati sul percorso.

Quindi, tornando alla domanda, siamo abitudinari perché le abitudini sono una straordinaria invenzione, che ci consente di ottimizzare le nostre risorse attentive e cognitive. La prima cosa che scopriamo è cioè che le abitudini sono dei modi di funzionare "a risparmio": di attenzione, di ragionamento, di impegno. In questo senso, anziché considerare le abitudini come un problema o un difetto, possiamo partire dal concepirle come una inestimabile risorsa dal punto di vista della nostra capacità di sopravvivenza.

Una volta adottato questo punto di vista, possiamo rintracciare delle abitudini a partire dal funzionamento biologico di base fino ai livelli più complessi ed articolati della nostra attività mentale. Possiamo così distinguere almeno tre grandi categorie di abitudini:
- al livello-base, tutto il mondo animale è dotato di un'attrezzatura percettiva che funziona sul medesimo principio: attivarsi per rilevare le variazioni nell'ambiente, e sospendere le segnalazioni in assenza di variazioni significative. Quest'ultimo fenomeno, in campo percettivo, si chiama appunto "abituazione". E' interessante notare che in quest'accezione "abitudine" è praticamente sinonimo di "adattamento": sapersi abituare significa sapersi adattare all'ambiente, e quindi essere in grado di sopravvivere meglio di chi non sa abituarsi;
- ci sono poi una serie di abitudini che riguardano il "saper fare": camminare, nuotare, danzare, guidare un'automobile, giocare a tennis e così via. Sapere come si fa una di queste cose "in teoria" non implica di saperla fare "in pratica" e, viceversa, si può essere molto più bravi nel fare una di queste cose che nel saperla spiegare a parole. Si tratta di conoscenze pratiche - o "procedurali" - in molti casi anche molto complesse, dove il segreto per una buona riuscita è proprio nel rendere il tutto abituale, vale a dire quanto più possibile automatico (si può utilizzare anche il termine "inconscio", se ci si limita semplicemente al significato letterale: "che non si richiede il coinvolgimento della coscienza"). Abituarsi, in questa seconda accezione, significa imparare a fare qualcosa esercitandosi finché non viene bene "da sola";
- infine, ci sono le abitudini del pensiero, propriamente dette "euristiche cognitive". Si tratta, in sintesi, di mettere a punto ed utilizzare delle "scorciatoie" nei ragionamenti. E perché mai prendiamo delle scorciatoie? Innanzitutto, perché ragionare come farebbe un computer, valutando con logica ineccepibile tutte le possibilità, nella vita reale non è né pratico né economico. Inoltre, perché per un essere umano è impossibile separare la logica dalle emozioni. Il risultato è che ciascuno di noi elabora delle "abitudini" di pensiero, sulla base della propria personale esperienza di vita, in modo tale da investire una quantità ragionevole di risorse in un dato ragionamento, giungendo a conclusioni sufficientemente affidabili sulle quali basare le proprie scelte. Le abitudini di pensiero, in quanto scorciatoie, rispondono ad un criterio di efficienza: miglior risultato possibile con il minimo sforzo (o per essere più precisi: miglior trade-off possibile tra risorse investite e risultato ottenuto).

Adesso, dopo aver riflettuto su quanto di buono c'è nelle abitudini torniamo al punto iniziale, per concludere. Riconosciamolo: quando è che ci accorgiamo delle nostre abitudini? In genere quando ci giocano qualche brutto scherzo. Ma ora sappiamo perché: finché il pilota automatico svolge bene il suo lavoro, noi usufruiamo dei benefici che ne derivano senza neanche accorgerci di averlo inserito. Ci accorgiamo quasi esclusivamente delle "cattive abitudini". Un modo particolare di camminare, conseguente ad un adattamento nella postura che il nostro corpo ha escogitato "da solo" per far fronte ad un difetto congenito dell'arco plantare, un bel giorno inizia a causarci un fastidioso mal di schiena. Quel ristorantino sotto casa dove un tempo si mangiava bene con pochi soldi, e al quale rimaniamo tenacemente affezionati fin quando una sera torniamo a casa delusi dal conto e intossicati dalla qualità scadente del cibo. La partita a carte con gli amici del venerdì, che un tempo costituiva un sano svago dallo stress della settimana, e adesso ci è soltanto causa di tensione, oltre a costituire una fonte di perdita economica. Cattive abitudini: si dice che siano dure a morire. E non a caso tra gli esempi di cattive abitudini ho incluso il gioco, una di quelle abitudini che oggigiorno vengono definite "dipendenze patologiche". Ora, alcuni pensano che la ricerca del piacere sia in grado di imporsi sul cosiddetto istinto di sopravvivenza (da cui l'idea che le cose più piacevoli sono quelle che fanno male). Qualcuno pensa addirittura che esista un istinto di autodistruzione che lavora in opposizione all'istinto di sopravvivenza. Queste convinzioni gettano una luce sinistra sulle cattive abitudini: forse siamo disposti a tutto pur di assecondare il nostro piacere momentaneo, o forse senza saperlo siamo spinti a perpetuare le abitudini dannose (la famosa "coazione a ripetere") fino ad autodistruggerci. A mio avviso, si tratta di teorie che non spiegano come abbia fatto il genere umano a sopravvivere per alcune decine di migliaia di anni, ma è questione di punti di vista.

Il punto di vista che più mi convince è un altro. Le abitudini sono una strategia di adattamento. Non sono problemi, ma tentativi di soluzione alle sfide che la sopravvivenza quotidianamente ci pone. La strategia di fondo è quella di adattarsi all'ambiente economizzando le risorse attraverso degli automatismi.

Detto ciò, anche le abitudini, come qualsiasi altra strategia, hanno i loro inconvenienti:
- uno dei principali inconvenienti di questa strategia riguarda il funzionamento degli automatismi. Abbiamo visto che l'abitudine funziona come una semplificazione, e questo ovviamente comporta degli svantaggi ad esempio in termini di precisione, di capacità di rispondere agli imprevisti, di flessibilità, etc. Il pilota automatico non prevede cambiamenti estemporanei di rotta nel caso si incontrino mutamenti nelle condizioni ambientali, ma bisogna disattivare il meccanismo automatico e riprendere i comandi manuali;
- un altro notevole inconveniente riguarda la struttura degli automatismi. La costruzione degli automatismi richiede l'impiego di risorse, ed è pertanto vantaggioso che gli automatismi stessi tendano a mantenersi stabili una volta messi a punto. In alcuni casi, una volta inserito il pilota automatico, questo tende a prendere il sopravvento, e non è facile disattivarlo (come accade nel film "l'aereo più pazzo del mondo"), né tanto meno apportare delle modifiche al suo funzionamento.

Secondo questa chiave di lettura, le abitudini sono soluzioni tendenzialmente semplici e stabili, che molte volte possono risultare efficaci, e in qualche caso possono diventare inefficaci o addirittura finire per costituire loro stesse un problema. Ed è in questi casi che ci accorgiamo delle nostre care vecchie abitudini, chiamandole “cattive”.

 “Sono abitudinario. Non mi giudicate: siete come me”.
(Elio e le Storie Tese)


[Articolo apparso su "Airone", Novembre 2008]

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