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La psicosi è la malattia mentale per antonomasia. La parola stessa psicosi significa “malattia della mente”, e la sua introduzione nel linguaggio psichiatrico nella metà dell’800 coincide con una fase di passaggio storico cruciale, in cui la follia inizia ad essere considerata una malattia. La prima e prototipica forma di psicosi riconosciuta in ambito psichiatrico ha preso il nome di schizofrenia: letteralmente “mente scissa”, un nome che fa esplicito riferimento all’ipotesi originaria della scissione come fondamento del quadro clinico delle psicosi. Un’ipotesi che è stata in seguito accantonata, comportando la distinzione tra le psicosi e i disturbi dissociativi (tipicamente, quei disturbi in cui si assiste ad uno sdoppiamento della personalità). La definizione di cosa sia la psicosi non è del tutto scevra da controversie. Una delle caratteristiche classicamente ritenute indicative della psicosi è un difetto nell’esame di realtà (la “perdita di contatto” con la realtà), un criterio che tuttavia comporta non pochi problemi di definizione sia dal punto di vista teorico sia da quello pratico. Un altro possibile criterio riguarda il grado di compromissione del funzionamento mentale; questo approccio funzionale appartiene alla tradizione psichiatrica organicista, che considerava la psicosi come una forma di deterioramento mentale (una sorta di demenza). Una terza possibilità di definire la psicosi parte da una base più empirica, concentrandosi sui sintomi. Il DSM IV segue appunto questa scelta, secondo la quale “il termine psicotico si riferisce alla presenza di determinati sintomi”. Sotto la voce “disturbi psicotici”, il DSM IV raccoglie insieme la schizofrenia ed una serie di ulteriori condizioni cliniche accomunate dalla presenza di alcuni sintomi-chiave. Gli indicatori sintomatici caratteristici delle psicosi sono fondamentalmente di tre tipi: A questi indicatori si aggiungono: Inoltre, la diagnosi dei diversi tipi di psicosi tiene conto di altre due variabili: |
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