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Cambio di lavoro: esaurimento in vista?

L'Esperto Risponde
Maurizio Brasini

Gentile Dottore,

un mio caro amico recentemente ha cambiato lavoro, in seguito ad una riorganizzazione dell'azienda per la quale lavora. Nonostante lui consideri il cambiamento positivo, dice di sentirsi inspiegabilmente stanco e svogliato, soprattutto la mattina. E' una cosa normale? E' un problema di adattamento ai cambiamenti? Oppure può essere una forma di esaurimento?

Lei cosa ne pensa? Che cosa consiglierebbe a questa persona?

Grazie, 


Innanzitutto i cambiamenti di per sè non sono necessariamente fonte di disagio psichico. E' pur vero che esistono i cosiddetti "disturbi dell'adattamento". Ma che i cambiamenti possano essere destabilizzanti è un luogo comune, una verità talmente generica da divenire una banalità inservibile. Ad esempio, un cambiamento di lavoro può dare anche gioia ed una impressione di rinnovata energia, ad esempio, se lo si vive come una nuova stimolante sfida. O una sensazione di appagamento e di rilassatezza, se lo si percepisce come un traguardo raggiunto.

In secondo luogo, sonnolenza e svogliatezza non sono necessariamente sintomi di disagio psichico ma, in effetti, posono essere segnali di uno stato depressivo più o meno latente. Una volta si parlava di "esaurimento", una metafora che fa pensare ad una quantità di energia disponibile che si consuma. Se uno investe troppe energie, ad esempio lavora troppo, poi gli viene l'esaurimento. Ebbene, questa concezione è sbagliata. Spesso negli stati depressivi si instaura una spirale negativa dove ci si sente demotivati, ci si ritira da ogni attività, e questo comporta una sempre maggiore prostrazione e mancanza di stimoli, per cui ci si sente ancor più demotivati, e così via. Ci si può "esaurire" a non fare niente, e ci si può "caricare" tenendosi impegnati in attività motivanti.

Una volta chiarite queste premesse, possiamo  decidere di sposare l'ipotesi che collega il cambiamento di lavoro alla svogliatezza mattutina. Non perché sia la più giusta o la più probabile: solo perché questa è l'ipotesi preferita da chi ci presenta il problema.

Dopo di che, però, dobbiamo mettere alla prova la teoria che abbiamo adottato. Se è vero che la svogliatezza arriva con il cambiamento lavorativo, e se è vero che il nuovo lavoro non è fonte di insoddisfazione (cosa che non intendo mettere in discussione perché corrisponde all'esperienza soggettiva del suo amico), allora è evidente che manca un passaggio. La nostra teoria è incompleta. Appigliarsi all'idea che ci si trovi in difficoltà perché si sta affrontando un cambiamento suona bene, ma non spiega niente. Perché la difficoltà insorge proprio in concomitanza con questo cambiamento? E perché la difficoltà si manifesta proprio in questo modo?

In definitiva, bisogna ricercare qualcosa di significativo che metta meglio in relazione il cambiamento al disagio. Significativo non in assoluto o dal punto di vista delle nostre teorie da psicologi: significativo per la storia di quella certa persona, per la sua esperienza, per la sua visione del mondo.

Ad esempio, io domanderei al suo amico quanto rilevante è dal suo punto di vista il cambiamento di lavoro intrapreso. La svogliatezza potrebbe rivelarsi connessa ad una strisciante sensazione che, in fondo in fondo, il cambio di lavoro (fosse anche la promozione che aspettava da anni) sia pervaso da un senso di inutilità, di fatica sprecata.

E poi, cercherei di capire in che misura il suo amico sente di aver prodotto questo cambiamento, e quanto invece ha l'impressione di averlo subito, quand'anche fosse positivo. Quanto, in altre parole, sente che sia dipeso da lui. Quando si ha l'impressione che le cose, brutte o belle, capitino al di fuori della nostra possibilità di influire sugli eventi, allora possiamo avere l'impressione che tutto il nostro darci da fare non abbia senso.

La saluto cordialmente,

Maurizio Brasini 

 

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