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Innamorarsi in terapia

L'Esperto Risponde
Maurizio Brasini
Gentile dr. Brasini,
vorrei sapere la sua opinione in merito agli amori che possono nascere tra psicoterapeuti e pazienti. So che la psicanalisi considera l'innamoramento del paziente come un fenomeno nevrotico di transfert, e so che uno psicoterapeuta può essere radiato se ha rapporti sessuali con una paziente. Ma se durante una psicoterapia dovesse nascere un amore? Mi risulta che alcuni stimabili psicoanalisti si siano persino felicemente sposati con le loro pazienti!
lei che ne pensa?
Grazie,
Caro [xxx],
la questione che lei solleva è nata insieme alla psicoterapia ed è ancora oggi alla radice di molti dei dubbi e delle critiche più consistenti nei confronti di questa disciplina.
Si sa che i pazienti possono sviluppare un'infatuazione per chi si prende cura di loro e a buon senso sembra inopportuno che questa infatuazione venga assecondata. Ma perché le eventuali implicazioni sentimentali di un rapporto psicoterapeutico devono suscitare così grande scandalo? Se, per ipotesi, un paziente adulto si innamorasse della sua psicoterapeuta e, sempre per ipotesi, fosse corrisposto, perché mai non dare libero corso a questa corrispondenza di amorosi sensi?
In psicoterapia, fin dai tempi di Freud, vige la regola aurea dell'astinenza. Il principio generale è che non bisogna trarre alcun illecito vantaggio dalle relazioni con i pazienti; tuttavia l'accento è posto sul fatto che i terapeuti non devono andare a letto coi pazienti. Dobbiamo questa chiave di lettura sia alla particolare enfasi posta inizialmente dalla psicanalisi sulle questioni sessuali, sia alla constatazione che una delle circostanze più frequenti in cui storicamente si è concretizzato questo "illecito vantaggio" era proprio quando un terapeuta maschio si avvantaggiava dell'ascendente esercitato sulle sue giovani pazienti.
Si noti che fin qui stiamo considerando una circostanza che può verificarsi, e non di rado si verifica, anche tra un medico di altro tipo e la sua paziente, o tra un professore e la sua studentessa, o tra un politico e la sua stagista, eccetera. Se consideriamo questi casi come analoghi, alcuni riterranno in coscienza che in fondo non c'è niente di male, mentre altri solleveranno obiezioni di natura etica dovute ad esempio alla differenza di età o allo squilibrio nei rapporti di potere. Se invece consideriamo più nello specifico i rapporti professionali, si torna all'idea dell'illecito vantaggio, per cui non è corretto che il medico o l'avvocato si facciano corrispondere, oltre all'onorario, un surplus "in natura". Eppure, fino a questo punto, possiamo ancora accettare serenamente l'idea che un avvocato e la sua cliente si innamorino, e che vi sia tra loro una relazione intima, duratura o passeggera, senza che questo comprometta necessariamente il rapporto professionale. E allora, perché non accettarlo anche tra uno psicoterapeuta e la sua paziente? In altre parole: c'è qualcosa nella relazione terapeutica tale da renderla un caso a parte rispetto ad altri tipi di rapporti di natura professionale, e incompatibile con la possibilità di stabilire relazioni intime?
La risposta, in breve, è sì. E, nonostante le apparenze, le questioni etiche non sono quelle decisive. Infatti, il principale motivo per cui sin dai tempi di Freud si raccomanda l'astinenza è nell'interesse dell'efficacia della terapia. A prescindere dagli orientamenti teorici, la psicoterapia consiste nello stabilire un rapporto sulla base di un obiettivo condiviso: il benessere e la risoluzione dei problemi di uno dei due. Dopo di che, almeno in linea di principio, si può scegliere di fare qualsiasi cosa sia efficace in vista dell'obiettivo: guardarsi o non guardarsi negli occhi, darsi del tu oppure del lei, incontrarsi in un luogo e ad un orario prestabiliti piuttosto che in modo estemporaneo e flessibile, evitare ogni contatto fisico oppure, al limite, andare a letto insieme. Dopo di che, sono l'esperienza e la ricerca a dire, col tempo, quali cose funzionano, quali sono scarsamente efficaci, e quali tendono a recare un danno. Su questa base oggi esiste una piena convergenza sulla necessità di stabilire delle regole per impostare la relazione tra terapeuta e paziente in modo tale da limitare la possibilità di creare equivoci e confusioni sul senso di quella relazione e, in definitiva, perdere di vista l'obiettivo fondamentale della terapia o trovarsi in condizione di non essere più capaci di perseguirlo. Per farla breve, già Freud e i suoi allievi si erano accorti (spesso a loro spese) dei pericoli insiti in un invischiamento sentimentale; i primi e più clamorosi insuccessi della psicanalisi sono storie di pazienti che si innamoravano e di psicanalisti che, in qualche modo, non sapevano resistere a questo richiamo: "amor che a nullo amato amar perdona". Se decidiamo di vivere una passione nata nel contesto di una psicoterapia, può anche darsi che nasca qualcosa di prezioso dal punto di vista personale; tuttavia, dal punto di vista della psicoterapia stessa, abbiamo perso di vista l'obiettivo. Proprio come gli amanti Paolo e Francesca, rompiamo un patto, dimentichiamo lo scopo per cui abbiamo concordato di incontrarci, e il senso originario del nostro incontro, trasformandosi, si perde.
Personalmente, non trascurerei neppure di considerare la peculiarità del contesto in cui nasce l'attrazione; la relazione terapeutica è un artificio, dove il coinvolgimento e l'intimità si producono "ad arte" in funzione di uno scopo ben preciso; per questo è frequente che nasca un'infatuazione, ma tradurla in qualcosa che appartiene alla vita vera è un equivoco. E' un po' quello che è successo ad un mio conoscente quando è ricorso alle cure di una fisioterapista per un problema alla schiena; l'esperienza di spogliarsi e sdraiarsi, di lasciarsi toccare e manipolare esponendo proprio le parti più vulnerabili, e di sentire il contatto benefico dell'altra persona, ha generato in lui una sorta di infatuazione per la fisioterapista, nonostante la riconoscesse come una donna tutt'altro che attraente. Ma c'è di più: a un certo punto, il mio conoscente ha iniziato a provare la sensazione, da lui stesso razionalmente riconosciuta come implausibile, che il modo in cui la fisioterapista (un'anziana donna cinese) lo massaggiava rivelasse un certo interessamento, un'intenzione seduttiva nei suoi confronti.
Ecco, in definitiva, perché esiste la regola dell'astinenza: perchè le potenzialità di un incontro terapeutico non vadano sprecate. Quanto all'amore, di fronte alla sua potenza e al suo mistero siamo tutti uguali, terapeuti e pazienti; per cui in terapia ci conviene riconoscere, nei nostri limiti, che l'amore è un'altra cosa.
 
 
 

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