Scritto da Maurizio Brasini
"Gentile dr. Brasini, ho sentito in televisione che il Ministro Mara Carfagna ha patrocinato un progetto per allestire delle stanze da gioco negli ospedali per bambini. Lei che ne pensa di questa iniziativa?"
Bisogna fornire a tutti i bambini un'opportunità per giocare, anche quelli ammalati: chi non sarebbe d'accordo con questa affermazione di principio?
Fa bene dunque il Ministro Carfagna a proporre di attrezzare gli ospedali pediatrici con spazi dedicati al gioco (ludoteche), attenendosi ad un principio di pari opportunità del diritto al gioco per i bambini ospedalizzati.
Fa bene, il Ministro Carfagna, "a prescindere". Anche a prescindere dalle valenze terapeutiche del gioco, che non sono di sua competenza istituzionale, in quanto lei si occupa - appunto - di pari opportunità, e non di salute.
Intanto che il Ministro fa il suo lavoro, e cioé prima vara l'iniziativa, poi stanzia i fondi, e infine sorride alle telecamere mentre taglia il nastro per inaugurare le ludoteche, conviene iniziare ad interrogarsi sul rapporto tra gioco e salute. Conviene pensare a come utilizzare questi spazi dedicati al gioco a scopo terapeutico, adottando dunque una delle molteplici prospettive dalle quali si può osservare questa attività così affascinante, misteriosa e complessa che è il gioco, oggetto d'indagine di pensatori e studiosi di varie discipline quali ad esempio la filosofia, l'etologia, la sociologia, la psicologia.
Il nocciolo della questione del gioco può essere riassunto in due domande: cosa è il gioco, e perché i bambini giocano. Da queste due domande deriva il terzo quesito, di nostro interesse: se e come il gioco possa fare bene ai bambini ammalati. Il problema è che non esistono risposte pienamente soddisfacenti alle prime due domande; possediamo molteplici definizioni di cosa sia il gioco, e differenti possibili spiegazioni del perché i bambini si dedichino così assiduamente a questa attività.
C'è però un punto che possiamo adottare come minimo comune denominatore sul quale attualmente sono tutti d'accordo, ed è l'idea che il gioco nei bambini non sia affatto un'attività superflua. Tutti concordano che il gioco sia fondamentale per uno sviluppo sano e normale. L'affermazione può suonare un po' generica; ma gli studiosi hanno individuato una serie di aspetti dello sviluppo nei quali il gioco sembra svolgere una funzione. Si può individuare nel gioco un'attività funzionale allo sviluppo neuro-motorio, per cui giocare equivale ad una sorta di ginnastica psico-fisica. Si possono sottolineare le funzioni cognitive, per cui atraverso il gioco si apprendono cose nuove e si sviluppa l'intelligenza. Si possono porre in evidenza i risvolti emozionali del gioco, per cui giocando i bambini regolano le loro emozioni. Ci si può concentrare sugli aspetti relazionali e di socializzazione, per cui col gioco si impara stare insieme agli altri. Tutti questi livelli sono presenti contemporaneamente e si influenzano reciprocamente nel corso del processo evolutivo che chiamiamo crescita. Per cui, operando una sintesi, possiamo affermare che il gioco fa bene alla crescita dei bambini.
A questo punto, potremmo accontentarci del concetto che il gioco fa bene alla crescita per sostenere l'utilità delle ludoteche negli ospedali. Ma la domanda originaria era diversa: il gioco fa bene alla salute dei bambini ammalati?
Le mamme sanno bene che quando un bambino si ammala, uno dei primi segnali è una tendenza all'inibizione dell'attività del gioco. Il bambino ammalato tende a smettere di giocare; questo potrebbe indurre a pensare che il gioco sia una attività di secondaria importanza. Invece è più corretto pensare che, al contrario, il gioco sia un'attività fondamentale per il bambino, ma di livello elevato, come il vertice di una piramide. Per potersi dedicare all'attività che sta al vertice della piramide bisogna che tutto il resto della piramide sia ben solido. Altrimenti, il bambino è costretto a scendere a livelli di funzionamento inferiori. Il bambino ammalato ha come esigenza basilare quella di essere accudito. Se le cure ricevute sono appropriate, il bambino riacquisterà la sicurezza necessaria a giocare. E qui succede una cosa stupefacente; se il bambino può permettersi di giocare, questo ha un effetto positivo "a cascata" su tutti gli altri livelli precedentemente indicati (neuro-motorio, cognitivo, emotivo, relazionale). Per portare un esempio tangibile, se un adulto riesce ad affiancarsi al bambino e a farlo giocare, questo contribuirà a farlo sentire meglio, instaurando una spirale positiva. In questo senso giocare fa bene al bambino ammalato, perché gli consente di tirare fuori il meglio di sé, e di accedere ad una dimensione di normalità anche da un letto di ospedale.
Allora, se giocare contribuisce a far stare meglio i bambini ammalati, una volta e per tutte si evince che l'iniziativa delle ludoteche negli ospedali è lodevole? Io lo spero tanto, ma non ne sono sicuro. E' lodevole ogni tentativo di promuovere una cultura del diritto al gioco. Ed è apprezzabile ogni iniziativa che incoraggi l'utilizzo delle valenze terapeutiche del gioco. Tuttavia, ho il sospetto che costruire una ventina di locali attrezzati sia la soluzione più visibile e più a buon mercato, non la più efficace. Volendo assecondare i reiterati inviti all'ottimismo del Presidente di questa legislatura, voglio salutare questa iniziativa come un buon inizio. Intanto che si predispongono le stanze da gioco, spero che si provveda a sostenere le associazioni che già da anni si occupano di far giocare i bambini negli ospedali su base volontaristica, e si apprenda dalla loro esperienza pionieristica; confido che venga incoraggiata e supportata la ricerca per capire come ottimizzare il contributo delle attività ludiche a fini terepeutici; mi auguro che si provveda a formare e inserire negli ospedali del personale qualificato con il compito di promuovere attivamente questa nuova pratica della "ludoterapia"; auspico che il personale medico e paramedico siano dotati di una formazione e di un orientamento specifici sull'importanza di una relazione accuditiva e giocosa coi loro piccoli pazienti. In poche parole, disporre una stanza attrezzata non è sufficiente per far sì che i bambini ammalati si giovino degli effetti benefici del gioco. E' un buon inizio, ma non basta.
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