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Panico al cinema: "Paranormal Activity"

News & Info
Maurizio Brasini

Può la visione di un film scatenare un attacco di panico?
Ed è proprio questo che sta accadendo con l'horror movie "Paranormal Activity"?
O è tutta suggestione pubblicitaria?

In tema di cinema, quando realtà e finzione si sovrappongono, i casi sono due: o siamo di fronte all'essenza sublime dell'arte cinematografica, o siamo incappati in una delle mistificazioni così tristemente tipiche della nostra bella (post)modernità.

Per iniziare, visto che in questi casi tutti fanno un po' gli psicologi, io faccio un po' il giornalista: partiamo dai fatti. "Paranormal Activity" è stato realizato con 15.000 dollari nel 2007; due anni dopo, si è imposto all'attenzione del pubblico prima in USA e quindi a livello mondiale. In Italia, preceduto da una massiccia campagna di comunicazione, è stato distribuito in oltre 400 sale a partire dal 5 Febbraio 2010.

Nel giro di pochi giorni dal lancio, si è scatenata una bufera mediatica attorno ad una serie di segnalazioni di spettatori, in genere di giovane età, colti da "malori". Hanno fatto seguito, immancabili, i pareri degli esperti: si tratta di attacchi di panico indotti dalla visione del film. Quindi, il caso ha scatenato le reazioni delle associazioni dei consumatori e per la tutela dei minori, e infine persino del Ministro per le attività culturali (On. Bondi) che ne ha disposto la restrizione ad un pubblico adulto (si veda ad es. qui, qui, e qui.)

Oggi, a 10 giorni dalla sua uscita in Italia, "Paranormal Activity" ha incassato oltre 3,5 milioni di euro, posizionandosi a ridosso del colossal "Avatar". Dunque, un successo ottenuto nonostante le notizie relative al panico in sala. E adesso, un saggio delle mie doti paranormali: so cosa state pensando. Pensate che io sia un ingenuo, e che il clamore mediatico sugli attacchi di panico abbia contruibuito al successo di questo film. Dite? Ipotesi interessante. Sarebbe come dire: il modo migliore per fare pubblicità ad un film "di paura" è suggerire che la paura "buchi" lo schermo e dilaghi in sala. Cioé, il cinema si sa che è finzione, ma l'emozione che suscita (la paura) è così vera da farti perdere la capacità di distinguere tra finzione e realtà.

Oltretutto, l'idea non sarebbe nemmeno così innovativa. Volete vedere dove nasce la leggenda del pubblico che entra nella sala cinematografica per divertirsi e ne esce in preda al panico? Ecco qua, per gli appassionati, il primo effetto "da paura" della storia del cinema:

La leggenda narra che, vedendo arrivare il treno, il pubblico fuggisse terrorizzato dalle sale di proiezione. Per gli spettatori dell'epoca (1895) la prospettiva di questa sequenza equivaleva agli effetti speciali del tridimensionale "Avatar", anche se con un impatto incomparabimente maggiore. Già, proprio "Avatar", che per "bucare" lo schermo ha investito un budget multimiliardario. Lo scopo è sempre lo stesso dai tempi dei fratelli Lumière, ed è lo stesso per i due film che si contendono oggi il primato nelle sale italiane. Tutto sta nel modo in cui si persegue questo scopo, ed è lì che si gioca la differenza tra un'opera d'arte, un fuoco artificiale, ed un'astuta operazione di marketing. Nel caso del treno dei fratelli Lumière, possiamo essere sicuri che si tratti di arte perché ha raccontato la storia del suo tempo e, nel raccontarla, la ha cambiata per sempre: ha fatto la storia. Se il cinema dei fratelli Lumière non fosse stato arte, se fosse stato solo per gli effetti speciali o per la risonanza mediatica che il pubblico in fuga suscitò a suo tempo, oggi di tutta questa storia non sarebbe rimasto niente.

Ma torniamo a "Paranormal Activity" e al panico in sala. L'ipotesi degli attacchi di panico su cui si sono sbilanciati alcuni esperti non è la più verosimile. Innanzitutto, l'attacco di panico rientra nei disturbi d'ansia, ed è tutt'altra cosa rispetto ad una reazione da shock (o da trauma acuto). Concretamente, questo significa che uno spavento non fa venire un attacco di panico. Chi sostiene che il film fa stare in ansia, e quindi può scatenare un attacco di panico, dal punto di vista della psicopatologia si arrampica sugli specchi.

In genere, chi soffre di attacchi di panico ha il problema del controllo, e l'attacco di panico si scatena per qualcosa che sfugge al controllo. Tra le paure tipiche di chi soffre di attacchi di panico c'è quella di svenire (ma poi non si sviene, mentre per uno shock si può svenire senza avere il tempo materiale di preoccuparsene), di avere un malore mortale (un infarto, una crisi respiratoria, etc), di impazzire; tutte paure legate alla perdita del controllo. Pertanto, il soggetto predisposto all'attacco di panico, quando va al cinema, si preoccupa di sedersi vicino all'uscita molto più che del contenuto ansiogeno del film, perchè su quello può esercitare un controllo: se il film mette ansia basta non guardare oppure, alla peggio, abbandonare la sala. Detto questo, possiamo anche ipotizzare che "Paranormal Activity" sia costruito su atmosfere claustrofobiche, che tenda a far sentire lo spettatore incastrato in una situazione senza uscita, e via dicendo; un po'quello che suggerisce la leggenda secondo cui Spielberg ha interotto la visione del film a metà. Ma, appunto, si può fare come Spielberg: alzarsi e andarsene prima di sentirsi male. Non è così che, verosimilmente, si arriva ad un attacco di panico.

Quanto ai sintomi del panico, senza impelagarci in una dissertazione troppo sofistica, prendiamo un esempio concreto: il respiro. Le persone che soffrono di attachi di panico si concentrano su alcune sensazioni corporee (battito cardiaco, respiro, etc) ed è proprio nel tentativo di controllarle che innescano l'attacco di panico. Ora, notoriamente la paura fa stare col fiato sospeso; meno noto è invece che l'attacco di panico può essere indotto con l'iperventilazione, cioé - al contrario - respirando troppo, il che è proprio ciò che accade al soggetto ansioso quando tenta di controllare il proprio respiro. Allora, in teoria è possibile che uno spettatore stia col fiato sospeso a causa del film spaventoso, dopo di che si concentri sul suo respiro (dimenticandosi del film), si preoccupi che qualcosa non va, inizi ad iperventilare e, infine, vada incontro ad un attacco di panico. Come dicevo: è possibile, ma poco plausibile, soprattutto per spiegare un'epidemia di attacchi di panico, dato che il meccanismo funzionerebbe solo su soggetti "predisposti".

A questo punto qualcuno potrebbe dire: "beh, chi se ne importa: panico, shock, trauma o quant'altro fosse; se il film è in grado di suggestionare il pubblico, o anche solo una parte del pubblico particolarmente vulnerabile per ragioni di età o di personalità, fino al punto da provocarne uno stato di malessere, è il caso comunque di intervenire e tutelare il cittadino". E allora tanto clamore di giornalisti, esperti e Ministri della Repubblica non sarebbe fuori luogo, perché servirebbe alla fin fine a proteggere i più deboli dalla paura che tracima i confini dello schermo. Giusto, ma c'era un "se", un'ipotesi ancora tutta da verificare: che sia la visione del film a provocare tutto questo. Sembra ovvio che sia così, e invece non lo è. Invece, considerato che il film è distribuito in tutto il mondo da mesi, è singolare che i casi di malore siano concentrati tutti da noi, solo in Italia, e quasi tutti negli stessi giorni e persino nella stessa città (Napoli). La notizia di questa specie di epidemia di panico, così curiosamente limitata al nostro Paese, ha fatto sorridere il resto del mondo (leggi ad esempio qui e qui).

La storia è questa, e ognuno è libero di trarre le sue conclusioni. E la chiave del mistero? Secondo me è da ricercarsi in una parola che ho seminato quà e là come un indizio: "epidemia". Il caso di "Paranormal Activity", un film realizzato con pochi soldi che diventa un successo mondiale, non è poi così strano: è un esempio paradigmatico di "viral marketing", il marketing "virale". Un modo di fare pubblicità di ultima generazione, basato sulle nuove tecnologie di comunicazione. In pratica, è il passaparola eletto a strategia di marketing nell'era della comunicazione globale. Ecco l'esempio. Ho fatto un film horror con due lire e non ne ho neanche mezza per pubblicizzarlo. Allora inizio a spargere la voce sui blog di genere; diventa un film di nicchia per appassionati, e così vinco un concorso nazionale per registi horror emergenti. Allora investo gli incassi per spargere la voce che Spielberg in persona è morto di paura col mio film. Le notizie, vere o false, rimbalzano in rete; più se ne parla, più crescono l'interesse e la curiosità. Finalmente qualcuno decide di investire sulla distribuzione del mio film prima a livello nazionale, e poi a livello internazionale. il gioco è fatto, la strategia è sempre la stessa: continuare a far montare il caso, contando su notizie che girano veloci, non importa quanto attendibili.

"Paranormal Activity" era già un caso in rete prima di uscire in America. I più giovani lo aspettavano già come il film più spaventoso di tutti i tempi. Quando è arrivato nelle sale in Italia, erano mesi che se ne parlava; è bastato un niente a far scattare una reazione più simile alla suggestione di massa (una volta si sarebbe chiamata "isteria collettiva") che non al panico o allo shock. Nel momento in cui si sparge la voce, e lo ribadiscono gli esperti, e lo conferma il Ministro, allora diventa vero: il film è terrorizzante. E la gente corre al cinema. Sembra che la paura esca fuori dallo schermo per invadere la realtà, e invece è il contrario.

Leggete adesso i blog e i forum dei giovani Italiani; mentre noi ancora ne parliamo, loro già si sono annoiati. Sono stati a vedere il film, e non sono morti di paura; incassano la fregatura mediatica e passano ad altro (vedi ad esempio qui, qui, e qui). Mentre noi, gli adulti, gli esperti, la classe dirigente, per ignoranza o per malafede, lasciamo che si confondano l'illusione e la realtà: non già in ossequio alla logica nobilitante dell'arte, ma assecondando la logica bieca dell'interesse commerciale. Che, come diceva Ezio Greggio, para-anormale, ma... badaben badaben badaben... è normale. 

 

 

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